Alda Merini. Ciao
01-11-2009
Son Diana folle, invitta cacciatrice,
e chi pensa di me ch’io tema il freddo
ha una folle paura della vita.
Ho un desco puro senza sentimento
pane azzimo al posto del calore:
tutti mi hanno adorato e dopo spenta,
spenta con chiare e duttili calunnie
sopra le dita, e io che le ho sentite
cercavo nella tragica mia vela
qualche tragica pietà per la mia morte.
Donna ribelle, donna forse maga,
avrei voluto farti incantamento
di amore vero senza più ritorno.”



 

Il mio primo sito Web si apriva con una pagina costruita in html in cui queste parole mi descrivevano. Così iniziava la mia strada interiore di commistione tra l’amore per la scrittura e la passione per le nuove tecnologie.
 

Le parole che sentivo (che sento, ancora) descrivermi perfettamente sono di Alda Merini.
A lei che adesso è andata via devo qualcosa.
Un tributo a una persona scomparsa dovrebbe essere sempre inteso per quello che è: una egoistica manifestazione della perdita di un affetto, un saluto incentrato su quello che si sta perdendo nella consapevolezza che si scrive comunque e sempre per consolare se stessi e non per diventare punto di riferimento per qualcuno, anche se poi la scrittura ha questa dote salvifica: attraverso di essa, nonostante appunto si compia un gesto egoistico, si riesce, a volte, a dare qualcosa agli altri.
Quello che sto scrivendo, in questo momento, è sinceramente questo: la consapevolezza di sapere che non leggerò più nuove poesie della poetessa che ho amato maggiormente e che non ho mai incontrato nella mia vita.
La certezza con la quale scrivo, allo stesso tempo, è quella di pensare che Alda Merini per me è stata un riferimento dell’anima costante, un sostegno forte per la gestione di emozioni dilanianti, il faro nella nebbia quando si crede che certe cose non le senta nessun altro se non se stessi e nessuno può capire ciò che si sta provando (soprattutto nella fase dell’adolescenza).
Quello che intendo dunque fare, oggi, è dare a me stessa, ancora una volta, l’illusione di poterla assumere di nuovo a vate della mia anima, salutandola a mio modo: senza lacrime e con la dignità emotiva che merita la poetessa e la persona.
A lei devo le parole che io, in diversi momenti, non sono mai stata capace di scrivere.
Le devo quella descrizione che ancora mi appartiene così tanto e le devo anche le parole che non sono mai riuscita a scrivere (figurarsi a pronunciarle) quando, giusto per citare un momento fondamentale della mia esistenza in relazione alla sua arte, ho perso mia nonna.
Nel mio portafoglio, ancora oggi, ritagliata proprio dalle pagine de 'Il Messaggero' nel marzo del 2004, conservo questa poesia:

“Primavera.
Ma ho perso l’indirizzo del tuo amore
e il tuo volto si è scolorito.
Una volta
passavano le rondini
qui sul mio petto
ma adesso hanno pensato
che non ho preghiere
per ringraziare
il mio amore che se ne è andato”.

Ti saluto, Alda.
E forse ci incontreremo ‘negli anfratti bui delle osterie dormienti’ in cui anche per me, ancora oggi, c’è ‘il nome di Charls scritto a caratteri d’oro’.

‘A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti,
dove la gente culmina nell’eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l’acre vapore del vino
indenne,
meglio l’ubriacatura del genio,
meglio sì meglio
l’indagine sorda delle scorrevolezze di vite;
io amo le osterie
che parlano il linguaggio sottile della lingua di Bacco,
e poi nelle osterie
ci sta il nome di Charles
scritto a caratteri d’oro”.